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Crisi Covid, le multinazionali fanno profitti miliardari

Economia, Editoriale

La pandemia di Covid-19 da Sars-Cov-2, trascinando con sé una crisi come non se ne erano mai viste, ha rimescolato completamente le carte dell’economia e della finanza, facendo guadagnare alcuni settori e spingendo fortemente al ribasso il giro d’affari di altri. Il calo storico del PIL nell’eurozona, che secondo la presidente della BCE Christine Lagarde potrebbe raggiungere il 15%, dà una misura della crisi economica in corso. Si tratta tuttavia di un processo che investe in modo difforme non solo le diverse aree geografiche ma anche, e soprattutto, i diversi settori economici. Eppure in questo quadro di generale recessione c’è anche chi ha attutito il colpo e chi si è arricchito ancora di più. Tra questi spiccano senz’altro Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che è passato durante il lockdown da 57,5 a 87, 8 miliardi di dollari e Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon, che ha fatto lievitare le sue fortune del 30% arrivando a possedere 147 miliardi di dollari. Durante la pandemia, insomma, la parte dei leoni l’hanno fatta i così detti big tech, ovvero i colossi della tecnologia e dei servizi in rete come Microsoft, Facebook, Amazon, Netflix, Apple. La circostanza che queste multinazionali, le più grandi del globo, abbiano avuto un’impennata nei loro guadagni ci fa comprendere come l’arricchimento individuale non sempre è legato in modo lineare alla crescita di un gruppo o di un settore economico. Si tratta insomma di un quadro complesso. Se è vero che da un lato la pandemia ha aggiunto allo scenario post-crisi del 2008 degli elementi di novità, d’altra parte si potrebbe supporre che questo, ancor più che invertire tendenze, abbia accelerato ed esasperato processi già in corso da tempo.

 

Ad affrontare meglio la crisi sanitaria insomma sono state imprese e multinazionali già riconosciute come veri e propri colossi della nostra economia, mentre a soffrirne sono stati in molti casi i pesci piccoli, come le piccole e medie imprese e la piccola borghesia di settori quali quello alberghiero e della ristorazione, ma anche dell’intrattenimento e del tempo libero fino ad arrivare al piccolo negoziante. Quello che potremmo aspettarci quindi è un’accelerazione nel processo di accumulazione di capitali e mezzi di produzione e non si può escludere che, dal punto di vista sociale e politico, a ciò possa corrispondere una situazione di crescente polarizzazione e radicalizzazione, con l’inevitabile aumento delle disuguaglianze.

 

Il punto sul quale focalizzare la nostra attenzione non è tanto la creazione degli utili da parte di questi colossi dell’economia, quanto il mancato reinvestimento nella produzione e nel lavoro. Deve far riflettere il fatto che nel bel mezzo di una crisi sanitaria senza precedenti, queste imprese abbiano destinato la quasi totalità dei loro utili alla distribuzione dei dividendi agli azionisti piuttosto che indirizzarli verso investimenti produttivi utili al miglioramento delle condizioni retributive dei dipendenti.

 

Ritengo a questo punto necessario un totale ripensamento del modello economico mondiale. I leader politici devono lavorare affinchè si crei un ambiente normativo che favorisca quelle imprese capaci di essere socialmente responsabili, mostrando attenzione soprattutto all’interesse generale e all’inclusione fra le aziende oltre che allo sviluppo economico.     Servirà l’apertura di un grande dibattito su come questa divergenza tra classe media in pieno tracollo economico-sociale e la classe dei super-ricchi sempre più forte ed incontrastata. Se ancora le democrazie sono in grado di dare una linea: forse con un contributo di solidarietà sul patrimonio dei miliardari, questa potrebbe essere la strada. La discussione è aperta.

 

Antonio Zennaro

 

 

 

 

 

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