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Aziende in difficoltà: servono interventi più robusti. A rischio 32 mila imprese italiane senza più liquidità

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 Aziende in difficoltà: servono interventi più robusti. A rischio 32 mila imprese italiane senza più liquidità

La seconda ondata di Covid-19 sta facendo aumentare i rischi finanziari che potrebbero impattare sul futuro di centinaia di migliaia di imprese. Lo afferma la Banca d'Italia nel rapporto sulla Stabilità finanziaria. 
Durante l’estate la ripresa delle attività in Europa e in Italia è stata più ampia delle attese e le condizioni dei mercati finanziari sono notevolmente migliorate rispetto alla scorsa primavera, evidenziando la capacità di recupero del tessuto industriale italiano. Tuttavia, i rischi per la stabilità finanziaria provenienti dalla situazione economica rimangono elevati e sono legati in particolare al riacutizzarsi della pandemia dopo l’estate e alle incertezze che ne derivano sul quadro macroeconomico.
Nel rapporto sulla stabilità finanziaria la Banca d’Italia sottolinea proprio come questa situazione di incertezza e precarietà vada poi a incidere sulle prospettive di crescita. Ovviamente, tutto dipenderà da quanto saranno efficaci e determinanti gli interventi di politica economica (cioè le misure messe in campo dal Governo per salvare le imprese)
 
Con il nuovo rialzo dei contagi purtroppo si è rialzata l’asticella del rischio. Ci troveremo ad affrontare i problemi connessi con l'aumento dell'indebitamento delle aziende. La flessione dell’attività economica causata dalla pandemia si rifletterà, nonostante le misure approntate dal Governo (ancora troppo poche ed inefficaci in certi casi), in un aumento della probabilità di insolvenza da parte delle imprese, con una concreta probabilità di vedere il default salire ad una media del 3-4,4%. E questo avverrà soprattutto per alcuni settori come quelli della ristorazione e dell’alberghiero dove le percentuali di default si attestano attorno al 6%. Con le garanzie statali su nuovi prestiti è vero che da un lato si è voluto salvaguardare il sistema produttivo, dall’altro lato però l’incremento dell’indebitamento che ne deriverà potrebbe non avere natura temporanea e pesare, anche nel medio periodo, sulla capacità delle società di sostenere il servizio del debito, oltre che limitarne gli investimenti e la competitività (infatti il sistema dei rating di Basilea rischi di danneggiare soprattutto le piccole imprese).
 
Ed è proprio in virtù di questa situazione di emergenza che, come sottolinea anche la Banca d’Italia, va evitata un’uscita anticipata dagli interventi di supporto. Una misura efficace, in virtù della riduzione dei rischi, potrebbe essere la sospensione temporanea dei rating di Basilea nei nuovi prestiti alle imprese. Misura, c’è da dire, di non facile realizzazione, considerato il fatto che, dovrebbe essere attuata a livello europeo. Più facile immaginare a questo punto nuove moratorie e dilazioni dei prestiti in essere.
 
Bisogna fare il possibile e l’impossibile per salvare le imprese. Per rendere l’idea del momento tragico che stanno vivendo le imprese italiane, basta dare un’occhiata alle stime che sono state elaborate sempre dalla Banca d’Italia nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. Senza le misure di sostegno il forte calo del fatturato avrebbe determinato per circa 142 mila imprese un fabbisogno di liquidità pari a 48 miliardi alla fine di questo 2020. Ma con le misure il numero si ridurrebbe a circa 100 mila, con un fabbisogno di circa 33 miliardi che però potrebbe essere ancora soddisfatto passando dalla garanzia pubblica sui finanziamenti bancari. Nonostante questo però a fine anno rimarrebbero comunque fuori circa 32 mila imprese. Quelle imprese cioè più rischiose per le quali non sempre è possibile accedere ai prestiti bancari garantiti, per un fabbisogno totale di 17 miliardi.
Le cifre parlano chiaro: servono interventi economici più robusti. Oggi la probabilità di default delle imprese è salita al 4%, ma per alberghi e ristoranti è al 6%: circa il 16,4% delle imprese considerate “molto rischiose” con il peso di circa il 23% di debiti finanziari.
 
Antonio Zennaro

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