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Crollo di fatturato per le Pmi di 420 miliardi ma cresce nei primi 6 mesi il fatturato dei big digitali in Italia

Economia

Crollo di fatturato per le Pmi di 420 miliardi ma cresce nei primi 6 mesi il fatturato dei big digitali in Italia
 
Gli effetti del Coronavirus penalizzano le piccole e medie aziende tricolori, mentre avvantaggiano i colossi anglosassoni del world wide web. Secondo l'ufficio studi della Cgia di Mestre nel 2020 le Pmi italiane hanno visto crollare il fatturato di 420 miliardi (-13,5%) a causa della crisi economica generata in seguito alla pandemia.
 
La cifra è quella da fare tremare i polsi. E dato che le PMI costituiscono la dorsale dell’economia italiana si può intuire quanto sia grave il problema. E certamente la situazione non è affatto migliorata grazie alle misure previste da questo Governo a sostegno delle liquidità e agli effetti dello slittamento delle scadenze fiscali. Le decine di migliaia di imprenditori si aspettavano cifre ben diverse per poter riprendersi dopo le enormi perdite di fatturato dovute alle chiusure forzate rispetto ai 29 miliardi di euro di aiuti diretti. Ed invece, a fronte di un crollo del fatturato dell’intero sistema economico del nostro Paese di circa 420 miliardi di euro, il tasso di copertura ha sfiorato a malapena il 7%. Un impatto a dir poco insignificante, nonostante qualcuno nell’Esecutivo parli delle misure messe in campo a sostegno delle attività economiche paragonandole per dimensioni ad una Finanziaria.
In termini numerici, dall’ufficio studi della CGIA emerge che il fatturato delle imprese in Italia è pari a poco più di 3.100 miliardi di euro. Con una perdita dei ricavi relativa al 2020 che dovrebbe aggirarsi attorno ai 420 miliardi, la contrazione rispetto al 2019 sarebbe del 13,5%. Ovvio che questo avrà un effetto anche sulla dinamica demografica di impresa, con il cimitero delle PMI fallite che si andrà ad allargare. Escludendo gli alberghi, i ristoranti, i bar, le pasticcerie e tutte le attività che ruotano attorno al settore del turismo, la CGIA elenca le aree economiche maggiormente colpite dalla crisi. Vale a dire:
la filiera trasporto persone; la filiera eventi; la categoria degli ambulanti; tutta la filiera dello sport e dell’intrattenimento per quanto riguarda discoteche e parchi divertimento; le attività culturali e lo spettacolo; la categoria dei commercianti al dettaglio senza infine dimenticare gli agenti di commercio.
 
Di tutt’altro segno, invece, i risultati ottenuti dalle multinazionali del web presenti nel nostro Paese. In attesa del dato annuale, secondo l’area studi di Mediobanca – spiega l’ufficio studi della Cgia mestrina – nel primo semestre del 2020 il fatturato delle big digitali è aumentato del 17%: un vero e proprio boom di colassi come Amazon, Netflix e non solo. Un anno di crisi insomma, ma non per tutti. Lo tsunami del Coronavirus infatti non ha minimamente toccato i giganti del web e così mentre il resto dell’economia affonda Amazon e Netflix veleggiano con il vento in poppa.
 
 
Evidente come a fronte di provvedimenti che impongono la chiusura delle attività economiche, queste ultime devono essere aiutate economicamente in misura maggiore di quanto è stato fatto fino ad ora.
Vero è che questa ulteriore spesa corrente contribuirebbe ad aumentare il debito pubblico, ma è altrettanto vero che se non salviamo le imprese e i posti di lavoro, non gettiamo le basi per far ripartire la crescita economica, unica condizione in grado di ridurre nei prossimi anni la mole di debito pubblico che sta minando il futuro del nostro Paese. Alle attività chiuse per decreto non sono più sufficienti dei semplici ristori, ma è necessario uno stanziamento che compensi quasi totalmente sia i mancati incassi sia le spese correnti che continuano a sostenere.
 
Antonio Zennaro
 

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