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Paradisi fiscali in UE: gli “Stati furbetti” che offrono alle multinazionali una tassazione di favore. E intanto l’Italia perde 6,4 miliardi

Economia

Paradisi fiscali in UE: gli “Stati furbetti” che offrono alle multinazionali una tassazione di favore. E intanto l’Italia perde 6,4 miliardi
 
Più che paradisi, dei veri e propri “buchi neri fiscali”. Così definirei quei Paesi che facilitano una “gestione fiscale aggressiva” a danno di altre nazioni. Nove paradisi fiscali, di cui quattro in Europa, che attraggono ogni anno circa il 42% degli investimenti diretti esteri e oltre il 40% dei profitti delle multinazionali.  Nove Paesi che sottraggono risorse ai propri vicini di casa, provocando un danno netto a tutto il condominio, a favore di chi può eludere il pagamento delle tasse. A causa del profit shifting, l’Italia perde ogni anno il 19% delle entrate tributarie dalle proprie imprese ovvero 7,5 miliardi di euro l’anno, di cui 6,4 all’interno dell’Unione Europea. Una distorsione dell’architettura comunitaria ben conosciuta da tutti gli attori in gioco e in alcuni casi perfino rivendicata da chi se ne avvantaggia.
 
Questo il dato politicamente più clamoroso rilanciato dalla 31esima edizione del Workshop Finanza 2020 organizzato da The European House – Ambrosetti. Le stime recenti vedono addirittura i Paesi Bassi, proprio loro che maggiormente si opponevano alle misure solidali in risposta alla pandemia, sottrarre con riferimento al 2019 ben 1,5 miliardi al nostro Paese.
Fare i furbetti con i soldi degli altri, soprattutto in una condizione di estrema emergenza e difficoltà come quella che stiamo vivendo nel nostro Paese, è qualcosa di inaccettabile e deprecabile.
Le stime di Bruxelles indicano che le pianificazioni fiscali aggressive all’interno dell’Unione provocano una perdita annuale di gettito compresa tra i 50-70 miliardi (cifre riconducibili alla sola traslazione dei profitti, e che rappresentano il 17% delle entrate fiscali) e i 160-190 miliardi di euro se si comprendono anche gli accordi ad hoc delle maggiori multinazionali con gli Stati e le inefficienze nella raccolta del gettito. Poco meno di 50 miliardi sono elusi dalle persone fisiche che portano la propria ricchezza all’estero, mentre circa 65 miliardi di euro riguardano le frodi sull’iva transfrontaliera. Un quadro comunque chiaro anche alla Commissione, che già negli scorsi anni aveva avanzato critiche ai Paesi “furbetti” per i problemi emergenti dai loro sistemi tributari.
Alla luce di queste considerazioni è necessario che dai vertici europei vengano messe in atto politiche che pongano fine a questa situazione. Quella in atto è una competizione fiscale disonesta che va affrontata il prima possibile. Non è assolutamente giustificabile che Paesi come l’Olanda, Lussemburgo e Irlanda approfittino della loro bassa tassazione sui profitti delle imprese a discapito degli altri stati europei.
 
Secondo quanto evidenziato dai più recenti studi macroeconomici questi Paesi sottraggono direttamente agli altri Stati membri, solo in elusione fiscale, oltre 42 miliardi all’anno. L’Olanda raccoglie in questo modo il 30% del proprio gettito, attraendo in maniera artificiosa da altri Paesi circa 90 miliardi di euro, a cui offrire un’aliquota speciale. Il Lussemburgo attrae 50 miliardi, da cui va a formare il 54% delle proprie entrate fiscali. L’Irlanda costruisce in questo modo il 65% del proprio gettito, attraendo ogni anno 117 miliardi di euro dai Paesi (non solo europei) con tassazione maggiore. A Malta questo frutta l’88% delle proprie entrate fiscali complessive.
L’Italia, invece, subisce un profit shifting di 24 miliardi di euro e a causa dei paradisi perde il 19% delle proprie entrate tributarie dalle imprese, ovvero 7,5 miliardi di euro, di cui 6,5 all’interno dell’Unione Europea. Va sottolineato che i paradisi non impoveriscono solo i Paesi da cui fuggono le imprese, ma tutta l’Unione, perché garantendo una tassazione di favore permettono di sborsare molto meno di quanto dovuto, alimentando l’inefficienza del sistema. Questo vale sia per le imprese europee che per quelle extra-Ue ma operanti nell’Unione.
Grazie a queste possibilità i paradisi della Ue sono anche leader mondiali nell’attrazione di investimenti diretti esteri fantasma, presentando stock di investimenti in entrata e in uscita di molte volte maggiori del loro Prodotto interno lordo, spesso il risultato della creazione di strutture artificiali per abbattere gli oneri.
 
Questa è una circostanza ben conosciuta dalle istituzioni europee, e allora perché tutto è ancora fermo? Le ragioni sono principalmente due. La prima è ideologica. Persino nei Paesi che perdono di più come la Germania, il mondo degli affari ha resistito alle richieste crescenti di trasparenza fiscale da parte dell’opinione pubblica, cercando di evitare ogni tipo di rendicontazione che rivelerebbe le discrepanze tra le nazioni in cui prende forma l’attività economica e le nazioni in cui gli utili vengono riportati per motivi fiscali. La seconda ragione è l’inerzia politica collegata all’impossibilità di un’azione concreta su questo fronte da parte dell’Unione Europea. Le modifiche in materia fiscale richiedono l’unanimità, e i paradisi si oppongono costantemente a ogni discussione di revisione delle norme, in nome della “sovranità fiscale”. Che finisce tuttavia per andare a scapito di tutti gli altri Paesi membri.
 
Antonio Zennaro


 
 

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