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Quando “pandemia” vuol dire “business”: con il Covid -19 le uniche imprese che si arricchiscono sono quelle cinesi

Economia

Quando “pandemia” vuol dire “business”: con il Covid -19 le uniche imprese che si arricchiscono sono quelle cinesi
 
Alle imprese di Pechino gare da oltre un miliardo e mezzo mentre le imprese italiane si aggiudicano bandi da poco più di un milione. Ho voluto sottolineare proprio in apertura questo dato ad evidenziare il divario che c’è nel trattamento riservato alle imprese cinesi da una parte e a quelle italiane dall’altra. E non sto parlando di dati lontani nel tempo. Questi numeri infatti si riferiscono ai giorni nostri, ai tempi della pandemia da Covid- 19. E se è vero che a pensare male degli altri si fa peccato – ma spesso si indovina- forse non sarebbe così azzardato e distante dalla realtà dei fatti affermare che molte imprese cinesi hanno fatto affari in Italia, e di conseguenza si sono arricchite, grazie al Covid.
 
E sebbene a marzo, allo scoppio della pandemia, c’era chi addirittura esultava all’annuncio di carichi di mascherine e respiratori giunti dall’Estremo Oriente, c’era da aspettarselo che in realtà nulla di ciò che stava arrivando era stato dato “gratis” ma che anzi, doveva essere pagato. E ad un prezzo tutt’altro che conveniente. È notizia recentissima infatti che il “conto” che è stato gentilmente pagato dall’Italia alle imprese cinesi per supplire al grave deficit di produzione nazionale di dispositivi sanitari di protezione è una cifra monstre. Dei quasi cinque miliardi – 4,7 aggiornati allo scorso 17 novembre – stanziati per bandi aggiudicati con l’obiettivo di affrontare l’emergenza Covid, ben un miliardo e settecento milioni è stato assegnato a imprese non italiane. Ossia, quasi il 36,2% del totale. E di questi importi, oltre il 90% sono finiti nelle tasche degli imprenditori cinesi. Ma il fatto ancora più sorprendente è che tutto ciò è avvenuto con l’introduzione dello stato di emergenza, datata 31 gennaio scorso. In completa deroga alle normali procedure di approvvigionamento, ovvero senza gara di appalto, e con l’indicazione del “super commissario” Domenico Arcuri a cui, tra i numerosi compiti che gli sono stati attribuiti, troviamo anche quello di provvedere < ai maggiori contratti pubblici >. Beh, non c’è che dire. Non si può fare altro che rivolgere i più sinceri e calorosi complimenti al commissario eletto per aver svolto nel migliore dei modi il compito che gli era stato affidato.
 
Come ben sapete cari amici, in prima persona mi sono fatto portavoce alla Camera di una vera e propria battaglia, fondamentale, a difesa e a tutela del “Made in Italy” e delle imprese italiane. Nonostante, già nel mese di settembre, avessi fatto sentire la mia voce a difesa non soltanto delle imprese italiane, ma anche a tutela della salute dei nostri cittadini (pur essendo marcati CE i dispositivi introdotti dalla Cina mancavano dei certiificati necessari di sicurezza) attraverso un’interrogazione alla Presidenza del Consiglio, noto con mio enorme dispiacere che la situazione non è cambiata.
E ancora oggi, mentre le aziende italiane soffrono, quelle cinesi continuano a riempire le loro tasche.
 
Se è vero che durante la prima fase della pandemia questi acquisti si sono rese necessari per far fronte all’inaspettata emergenza; se è vero che il sistema di produzione italiano si è adeguato alle esigenze create dalla pandemia in modo tale che il rifornimento delle risorse si è riequilibrato fino a sbilanciarsi sugli acquisti presso aziende operanti in Italia: ecco, se tutto ciò è vero, come è possibile che ancora oggi le imprese cinesi fanno la parte del”dragone”?
 
Insomma, mentre l’Italia era in preda alla prima ondata di Covid – 19 in Cina si facevano affari d’oro. Per quale motivo questo Governo ha affidato un terzo dei bandi per gestire l’emergenza ad aziende cinesi? Perché questo Esecutivo non ha tutelato le aziende e i produttori “Made in Italy”?
Sarebbe stato più logico e razionale che le enormi cifre gestite dal commissario Arcuri fossero state messe a disposizione delle aziende italiane, con un piano di sostegno agli investimenti per la riconversione e per la produzione in casa di tutto ciò che serviva a gestire l’emergenza.
 
Antonio Zennaro

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