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Tsunami Covid: la “pandemia sociale” porta con se 450 mila nuovi poveri

Economia

Sarà un vero e proprio tsunami post – Covid quello che travolgerà l’economia italiana nei prossimi anni. Sono numeri che mettono i brividi. Si calcola che nel biennio 2020 – 2021 le imprese perderanno tra i 509 e 671 miliardi di fatturato. I posti di lavoro a rischio sono oltre 3,5 milioni, facendo riferimento solamente ai settori più esposti. Le aziende sull’orlo di una crisi di liquidità sono tra 200 e 230 mila, crisi che per scongiurarla servirebbero tra 70 e 100 miliardi. Una situazione drammatica che travolge tutto il nostro paese, dalle città metropolitane ai distretti. Scongiurando una seconda ondata Covid, le perdite di fatturato sul 2019 nel biennio 20 – 21 sarebbero, passatemi il termine, “limitate” a 262 miliardi.  Ma con l’introduzione di nuove misure di contenimento della pandemia, senza per questo dover necessariamente arrivare alla chiusura del Paese, si arriverebbero a 334 miliardi con circa 2 milioni di lavoratori che perderebbero il loro posto nei settori più colpiti e 110 ila aziende in crisi di liquidità. In termini percentuali parliamo di una contrazione del fatturato del 12-17% quest’anno con un rimbalzo del 10 -16% nel 2021 che però non sarà sufficiente a recuperare il pre-Covid. Rispetto al 2019 infatti le imprese vedrebbero scendere i ricavi dal 2,7 al 3,9%.

Sul tema lavoro, ben presto le tensioni occupazionali si faranno sentire, in primis con ulteriore ricorso alla Cassaintegrazione Covid, per non parlare poi del rischio licenziamenti. E questo perché proprio nei settori produttivi più esposti si concentra circa il 35% del fatturato con un calo dei ricavi pari ad un quarto, mentre purtroppo, i comparti che resistono incidono solo per il 13%.

 

Dati i numeri appena esposti, non c’è da sorprendersi se il numero dei nuovi poveri in Italia è aumentato di circa 445 mila persone, che si aggiungono agli oltre 4 milioni e 600 mila del 2019. È questo il primo terribile effetto innescato dal “lockdown” messo in atto dal Governo tra l’11 marzo e il 18 maggio 2020. Tra questi “nuovi poveri” troviamo le donne escluse da un’occupazione stabile, i giovani precari di età compresa tra i 18 e i 34 anni, le partite Iva che hanno subito un calo del reddito e, per più di un terzo, hanno perso la metà del reddito familiare. Caratteristica comune a questi nuovi poveri è l’insufficienza di risorse liquide per far sopravvivere più di tre mesi la propria famiglia. Senza dimenticare che tra le categorie più colpite c’è anche il ceto medio già impoverito nel piccolo commercio, nelle professioni e nei servizi alle persone. In prospettiva, i nuovi poveri della società aumenteranno nei prossimi mesi a causa della perdita del lavoro e della chiusura di tantissime attività che seguirà alla cessazione del blocco dei licenziamenti e dei contratti a termine. Questa crisi sta aggredendo ancora di più le partite Iva che non beneficiano più di una protezione sociale da parte del governo e durata appena tre mesi. Troppo poco se si pensa che il peggio purtroppo deve ancora arrivare.  In un’economia dei bassi salari e della crescita senza occupazione fissa basata sulla precarietà di massa l’impatto sociale della nuova crisi sta rafforzando il ricorso ai centri di ascolto diocesani e parrocchiali della Caritas. Il record di richieste di aiuto è stato causato dalla programmatica volontà del Governo di non fare riforme concrete, limitandosi ad un Welfare emergenziale che ha generato per di più il paradosso di lasciare categorie di lavoratori senza protezione e assistenza.  Per non parlare poi dell’abuso di retorica al quale questo Esecutivo ha fatto ricorso basato sul “nessuno resterà indietro”. Ma la realtà è ben diversa. Il tempo delle chiacchiere è finito. Gli italiani hanno bisogno di fatti per poter ripartire, ancora una volta, come la storia di questo magnifico Paese ci insegna.

 

Antonio Zennaro.

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