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Smart working: così non và. Rischio valanga di pratiche lumaca.

Smart working nelle Pa: così non và. Rischio valanga di pratiche lumaca.
 
Il coronavirus ha portato lo smart working nella Pa. Ed è stata una vera e propria rivoluzione se si pensa che ad inizio 2020, prima dell’emergenza sanitaria – secondo un’indagine condotta da Forum Pa tra il 17 aprile e il 15 maggio 2020 – solo nell’8,6% degli uffici pubblici il lavoro a distanza era una modalità diffusa, mentre nel 45,8% c’era una sperimentazione limitata e per il 39,2% dei dipendenti non era invece un’opzione possibile.
 
Nelle prossime ore però pare che la scelta ricadrà su una formulazione più larga rispetto all’indicazione di una percentuale fissa: “Almeno il 50%”. Le valutazioni sono ancora in corso, ma è questo l’orientamento predominante che sta maturando nel Governo per incentivare il ricorso allo smart working nella pubblica amministrazione. C’è ancora qualche giorno di tempo per confermare o meno questa indicazione perché le modifiche delle norme attualmente in vigore saranno contenute in un decreto che potrebbe arrivare venerdì sul tavolo del Consiglio dei ministri. Lo smart working quindi per gli statali passa al 50% con l’obiettivo, di arrivare ad un’adesione effettiva intorno al 70%. Con il rischio così di ritrovarsi con gli uffici svuotati.
 
Si è dunque scelto di incrementare lo smart working, soprattutto nella Pa. Le ragioni di questa decisione possono rintracciarsi sostanzialmente in una duplice finalità: da una parte vi è la necessità di ridurre le presenze all’interno degli uffici, dove non sempre il distanziamento è possibile; dall’altra vi è la possibilità di alleggerire gli spostamenti sui mezzi pubblici.
Peccato però che in questa ricetta individuata dal governo non si tenga conto degli effetti collaterali che si andranno a verificare. I numeri ci aiutano meglio a capire. Con le nuove disposizioni resteranno a casa circa centomila comunali, uno su tre. Il 70% di chi svolge attività considerate smartabili, ovvero circa ottocento mila statali, lavorerà in modalità agile.
 
Sembrerebbe tutto perfetto, se non si considera però un piccolo particolare: i Pola, i piani organizzativi per il lavoro agile, non sono ancora pronti. Di questi infatti non vi è traccia. L’obiettivo di questi piani infatti è di portare il lavoro agile al sessanta per cento, ma in maniera ordinata. Tra l’altro, attraverso questi piani organizzativi le singole amministrazioni comunali devono stabilire anche i criteri di valutazione delle performance dei dipendenti in smart working per teneri sotto controllo quando non timbrano il cartellino. I controlli arriveranno, se tutto va bene, a gennaio.
 
E nei Comuni che hanno investito meno nella trasformazione digitale, a queste condizioni il ritorno massiccio al lavoro agile rischia di mandare nuovamente in tilt servizi demografici e tecnici, procurando disagi a cittadini e imprese. Il rischio concreto è quello di vedere crescere il già notevole numero di “pratiche lumaca” che già riempiono gli uffici delle nostre amministrazioni comunali, con un sempre più rallentamento dei tempi burocratici delle pratiche, amministrative e non.
Ben venga lo smart working e la digitalizzazione della Pa, ma che questo avvenga attraverso misure adatte ai vari Comuni, e non con uno schema superficiale, senza né regole né adaeguati criteri di scelta.
 
Antonio Zennaro

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